mercoledì 3 giugno 2020

Livorno Artistica PHOTO AWARDS 2020



Sei appassionato di fotografia?
Partecipa anche tu alla 4^ edizione del Livorno Artistica Photo Awards!


Il contest fotografico,
 alla sua quarta edizione, promosso da Livorno Artistica è finalizzato alla valorizzazione dell’arte e della cultura nei suoi molteplici aspetti. 

PARTECIPAZIONE E ISCRIZIONE: Il contest si svolgerà nella sua fase iniziale, ovvero l’iscrizione al concorso, dal 3 Giugno al 30 Settembre. 

La partecipazione è aperta a tutti i fotografi professionisti e non, senza limiti d’età. 

Le date delle Premiazioni Finali saranno comunicate con congruo anticipo. Chiunque fosse interessato può inviare alla mail: livornoartistica@gmail.com la propria foto e il modulo d'iscrizione debitamente compilato e firmato per la preselezione. 

È richiesto il pagamento di una quota di partecipazione di 5,00 €. 

TEMA DELLE FOTOGRAFIE: La fotografia dovrà rappresentare il tema qua riportato: 
GIOIA: Inteso come il sentimento che arde dentro di noi nei momenti più belli della nostra vita. Riuscite a trasmetterci questa fantastica emozione con la vostra foto? 
Ovviamente sono ammesse anche foto in bianco e nero, perché si… anche il bianco e nero trasmettono emozioni e sono colori. I file delle immagini devono avere una risoluzione minima di 300 dpi

Link per scaricare il bando di partecipazione ----> CLICCA QUI

sabato 25 maggio 2019

"Livorno e il mare…che unisce" - Alle Cicale Operose dalle 18.30


Prendi tre livornesi. Prendi il Giardino di un caffè in pieno centro. Tanta passione per il mare e la fotografia, e la voglia di condividerla. 
E’ nata così l’idea della mostra fotografica che si è tenuta giovedì 23 maggio a Livorno presso il caffè letterario Le Cicale Operose. Reti da pesca su un muro di pietra di scoglio a fare da scenografia a questa esposizione dal titolo “Livorno e il mare…che unisce”, cornice perfetta per la serata sui Canti e leggende popolari di Napoli, Livorno e Sicilia organizzata da Federico e Maristella, i titolari del locale.
ph. Francesca Morelli

Reflex alla mano, ognuno con un occhio diverso, un diverso modo di fermare l’immagine.
Lorenzo Malevolti è il fotografo amatoriale del trio. Nato e cresciuto a Livorno, appena può prepara la sua Nikon, monta in sella all’inseparabile bicicletta e va sul mare, sicuro che troverà qualche emozione da immortalare. L’intensità dei colori delle sue foto rende bene quanto ciò che osserva cattura il suo sguardo. I suoi soggetti preferiti sono barche, pescatori, sagome al tramonto.
Le stesse silhouette che attraggono Giuseppe Liberati. Labronico di nascita, nelle sue vene scorre un misto di sangue genovese, siciliano, romano. Di Livorno ama la spontaneità, la goliardia, questo modo di essere sempre aperto che ha il livornese anche quando incontra qualcuno che non conosce. Nei suoi scatti cerca l’”attimo armonioso”, quella composizione ben equilibrata che disegna prima di tutto nella sua mente. Ha tenuto corsi di fotografia di primo e secondo livello e ha recentemente co-organizzato presso La Bottega del Caffè, nel quartiere La Venezia, una mostra fotografica su una Livorno totalmente in bianco e nero, con le sue forme e i suoi contrasti, ma anche quella vena romantica che non riesce a nascondere.

ph. Alessandra Niccolai

Infine, Giovanni La Francesca. In fotografia ama sperimentare, nutrendo una passione particolare per l’avifauna. Su questo tema partecipa con delle sue istantanee alla passeggiata fotografica organizzata per questo pomeriggio presso la Tenuta Bellavista Insuese a Stagno. Vincitore del Livorno Artistica Photo Awards 2018, ha da poco portato avanti un progetto fotografico sulla violenza contro le donne e uno sugli aspetti della maternità nelle fasi pre e post parto. Nelle sue foto ritrae le varie facce di Livorno: quella tipica, quella insolita, quella riflessa e quella desiderata.
Filo conduttore: il mare. Quel mare che accomuna, che è capace di mettere tutti d’accordo. Quel mare che, inchiodando il nostro sguardo verso l’orizzonte, ci fa sentire tutti uguali anche se diversi. Quel mare che fa da richiamo, a cui sentiamo di essere tremendamente legati anche a km di distanza. Quel mare che non stanca mai, che ci ascolta, ci fa perdere e sognare. Quel mare mai identico a sé stesso, in grado di rinnovarsi ogni giorno pur rimanendo sempre lì, presente.
E poi questa nostra Livorno, “città di gente dura, poco sentimentale” con il “suo enorme lungomare pieno di ragazzi e marinai liberi e felici”, come scrisse Pasolini. Quella sensazione di “leggerezza nonostante tutto” (le fatiche del lavoro, l’impeto disarmante del libeccio) che trasmettono le foto di questi tre artisti.

Per chi non avesse potuto partecipare e per chi volesse tornare a vedere la mostra, Lorenzo Giuseppe e Giovanni esporranno nuovamente presso Le Cicale Operose stasera dalle 18.30 in occasione del Concerto jazz Swingaholic.


giovedì 4 aprile 2019

Mad Mini Reviews: cosa penso degli Oscar, Captive State


Ciao a tutti, sono finalmente tornata! 

Mi scuso per la prolungata assenza, pensavo e speravo che la corsa agli Oscar sarebbe stata favorevole per scrivere delle recensioni, ma così non è stato per più ragioni. Prima di tutto i film erano troppi, era impossibile fare una recensione per ognuno; in secondo luogo, una buona parte dei film candidati agli Oscar non erano meritevoli di recensione perché poco decenti e prodotti per la massa (ad esempio Black Panther e A Star is Born). 

Perché un pensiero così estremo, vi chiederete? Perché l’intrattenimento puro non è arte, anche se negli ultimi anni stanno facendo di tutto per farlo passare come tale e tantissima gente ci sta cascando come una tonnara; difficile anche non cascarci, visto il costante brainwashing. 

Ed è per questo che volevo parlarvi della mia opinione sugli Oscar, soprattutto quest’anno che ho visto tutti i candidati al miglior film. C’è chi osanna alla rivolta di Hollywood contro Trump e all’apertura verso le minoranze e ai generi sottovalutati. Scusate, solo per me è palese la presa per il culo di fondo in tutto questo? 
Fotogramma da Roma, di Alfonso Cuaròn


Per dire, io mi chiedo chi è riuscito a credere che Black Panther sia un cinecomic molto superiore a quelli finora usciti e non ha notato la velata metafora che scorre lungo tutto il film: i wakandiani sono meno sottosviluppati degli altri africani solo perché un meteorite gli è caduto in testa per caso e gli ha regalato un metallo fantastico con cui si sono potuti costruire la super tecnologia, che però per quasi tutto il film decidono di tenersi ben stretta in barba al mondo, e soprattutto al resto del loro continente, che ne avrebbe davvero bisogno. Senza contare l’accento afro con cui parlano in lingua originale che canzoncine razziste scansatevi, e il fatto che il re viene decretato tramite una sana scazzottata in una cascata a picco su una montagna. 
... Dicevamo?

Insomma, ditemi dove la vedete questa rivoluzione: siamo nel 2019, il film che secondo l’Academy esalta la cultura afroamericana è questo. Per carità, è anche vero che queste pellicole derivano da fumetti per buona parte scritti in anni in cui il pensiero era un tantino più limitato e tradizionalista di adesso (o forse ci piace credere che fosse così); ed è quindi anche per questo che il cinecomic è veramente l’ultimo dei generi che andrebbe esaltato come se potesse essere qualcosa in più di quello che è.

Blackkklansman descrive la cultura afroamericana in tutte le sue sfumature!

Ma sto divagando. Quello che volevo semplicemente dirvi è che i film belli c’erano in quella categoria: sono quelli che hanno preso una statuina se va bene e di certo non per meriti di primaria importanza a parte un’unica eccezione, Roma di Alfonso Cuaròn, che però penso abbia ricevuto così tanto consenso perché era in competizione come miglior film straniero, categoria tenuta di conto. In altre parole i film davvero belli oltre a Roma erano Vice, Blackkklansman e soprattutto La Favorita: tutti con una storia forte, tutti con personaggi ben scritti e ben interpretati, e specialmente tutti con una regia con i controcazzi (Lanthimos poi, nemmeno ve lo dovrei dire, sa usare il linguaggio cinematografico alla perfezione). 

Tutti vincitori di una misera statuetta.
Ci fregano con i feels, con l’hype e con i grandi nomi (lo ammetto, un po’ ci sono cascata anch’io con Bohemian Rhapsody e con Green Book), ma la verità è che Hollywood tenterà sempre di oscurare il grande cinema. 
Fantastico grandangolo da La Favorita, di Yorgos Lanthimos

Ho detto questo anche perché vorrei consigliarvi un film di fantascienza uscito una settimana fa e di cui purtroppo nessuno ha parlato! Si tratta di Captive State di Rupert Wyatt (L’alba del pianeta delle scimmie, The Gambler), un 
scifi interessantissimo, con un bel mix di distopia e di thriller al suo interno e con un bel ritmo narrativo. 
La trama ci parla di un futuro non troppo lontano, in cui la Terra è controllata da dieci anni da misteriosi alieni che tengono gli esseri umani sotto scacco: i dittatori raramente si fanno vedere, dettando legge dal sottosuolo e facendosi rispettare tramite le istituzioni e le forze dell’ordine che fanno il lavoro sporco; fra il popolo però serpeggia la rivolta che sta preparando il suo attacco.
La pellicola è decisamente atipica nel suo genere, in quanto gli alieni si vedono poco fisicamente ma sono molto presenti a livello psicologico ed emotivo: la regia e la scenografia, molto claustrofobiche, fredde e letteralmente con il fiato sul collo dei personaggi, delineano bene lo stato di prigionia in cui sono intrappolate le persone. La vicenda è corale, ricca di sfumature e viene svelata poco alla volta, ma grazie al ritmo adrenalinico e caustico mette curiosità allo spettatore e tenendolo incollato fino alla fine: sapere che cosa succederà è il tarlo che lo pungolerà per 109 minuti.

Spero riusciate o siate riusciti a vederlo al cinema, e con esso – o con quello che preferite, ma fatelo – spero possiate iniziare a capire che non tutto quello con cui veniamo bombardati è davvero meritevole e bello, non tutto quello che Hollywood promuove è vero cinema. Cercate sempre di andare oltre la cattività mentale in cui stanno cercando di rinchiuderci.